My September 11th

Rientravo dal Canada
dopo aver tagliato da nord a
sud parte della east coast tutta la notte in uno dei claustrofobici autobus di
linea statunitensi. Dal New Jersey, alcuni minuti prima d’imboccare il Lincoln
tunnel per ritornare sull’isola, ero rimasto per l’ennesima volta senza fiato a
contemplare il sole farsi largo tra i grattacieli di midtown galleggiando fra
le luci e i colori dell’alba. Ogni volta che da lontano scorgevo
l’inconfondibile profilo della City sentivo lo stomaco aggrovigliarsi,
contorcersi per poi liberare emozioni assolute ed indescrivibili. Anche quel
giorno era lì; raggiante albergo di sogni, groviglio di vite, ombelico energetico,
teatro di speranze. Tra qualche giorno avrei chiuso la parentesi newyorkese e sentivo
di avere un grosso conflitto interno da combattere, da un lato la gioia del
ritorno, dall’altro la sensazione di dover lasciare quasi una persona di cui mi
ero innamorato o un’amante, non una città. Mi accoccolai verso il finestrino
che in un attimo si appannò e ripresi a leggere. Al Port Autority Bus mi
accolse il solito forte e denso odore di piombo e fra i corridoi cominciai
l’eterno zigzagare tra bagagli e gente accartocciata ovunque; in pochi minuti
sbucai all’angolo fra la 42ma e l’8va e
mi sentii di nuovo a casa. Erano da poco passate le sette,
l’aria era frizzante e sebbene non avessi dormito molto durante il viaggio, non
avevo nessuna voglia di tornarmene subito a casa; avevo come l’impressione che
il tempo mi stesse sfuggendo più del solito e volevo godermi ancora questi
pochi giorni fino all’ultimo istante, così, pugni in tasca tagliai verso Times
Square in cerca di un posto dove fare colazione. Trovai un posticino carino
poco lontano dove mi scaldai con un caffè bollente. Ripresi a camminare senza
sapere bene dove stessi andando, osservavo ogni singolo dettaglio come se tutto
stesse accadendo per la prima volta, scrutavo gli occhi della gente cercando di
capire qualcosa di loro e della
loro vita, catalogavo ogni singolo odore tentando di percepirne la provenienza,
sentivo l’energia della città graffiarmi la pelle, mi sentivo vivo come poche
volte nella mia vita. Dopo aver girato a lungo mi ritrovai nei pressi di Bryant
Park e di fronte alla Public Library aspettai l’autobus verso downtown. Scesi
alla 23ma dirigendomi a piedi verso Union Square, ad un tratto vidi il blu del
cielo sporcarsi di una nube densa di fumo che tagliava la punta meridionale
dell’isola da ovest verso est. D’istinto accelerai il passo ritrovandomi
all’imbocco di University Place: la scena era incredibile, una delle torri del
WTC stava fumando, sputando una nube densa e nera facendola sembrare un’enorme
camino.  

Sentivo i pensieri dentro di me
sgomitare cercando di farsi breccia nella mente, pensai subito ad un’esplosione
interna, che la componente “incidente” fosse la causa di quello che stavo osservando.
Non riuscivo a parlare e tutta la stanchezza era sparita, l’adrenalina stava
salendo dentro di me invasando ogni cellula del mio corpo. La gente intorno
intanto sembrava non capire quello che stava succedendo, qualcuno se ne stava impietrito
con lo sguardo stampato verso sud, qualcun altro continuava a camminare in
fretta come se la cosa non lo avesse sfiorato. Osservai il traffico scivolare
lento nell’ora di punta e una squadra di operai che non smise per un attimo di
lavorare. Con uno scatto fulmineo decisi di andare a vedere più da vicino cosa
stesse succedendo e scese di corsa le rampe di scale mi appollaiai lungo un
muro in attesa del metrò. Lì sotto nessuno sembrava essersi accorto di niente,
una signora stava bevendo il suo caffè imprecando per essersi sporcata la
gonna, altri erano assorti nella lettura abituale del quotidiano, altri ancora
seduti fissavano il pavimento: tutto sembrava normale. Presi il numero quattro
sapendo che in due fermate avrebbe raggiunto il WTC, ma da subito decisi di fermarmi
alla Brooklyn bridge-City Hall da dove avrei potuto osservare la situazione a
debita distanza di sicurezza. Ingrossai il mucchio di gente che affollava il
vagone e subito l’attenzione di tutti fu catturata da un uomo enorme sulla
cinquantina visibilmente sconvolto che stava raccontando quello che aveva
visto. Ci disse che un aereo si era schiantato su una delle torri mentre lui si
trovava ad un paio di blocks di distanza, che aveva visto delle persone
lanciarsi dalle finestre e schiantarsi al suolo e mentre si asciugava le
lacrime c’implorava di non avvicinarsi a quel luogo per nessun motivo. A quel
punto gli occhi della gente cominciarono ad allagarsi, fioccarono domande e la
confusione prese il sopravvento su tutti. Non ci volle molto a capire che la metropolitana
stava avanzando a velocità ridottissima e che quindi qualcosa di molto grave e
strano stava ed era davvero successo. A togliere ogni dubbio in proposito fu la
voce metallica e stridula dell’altoparlante che invitava tutti i passeggeri a rimanere
calmi urlando che la prossima sarebbe stata l’ultima fermata e di scendere
tutti in modo ordinato. Dopo venti lunghi minuti le porte del vagone si
aprirono e la gente cominciò ad incanalarsi verso l’uscita ad una velocità
folle. Lo spettacolo che ci attendeva era davvero agghiacciante c’era un fiume
di gente che gremiva Park Row e il ponte di Brooklyn. A quel punto però davvero
non potevo crederci, non volevo crederci, anche la seconda torre era in fiamme.
D’improvviso la salivazione si arrestò per lasciare spazio ad un senso di
angoscia tremendo. Chiesi ad alcune persone cosa fosse realmente accaduto ma
non mi risposero, quindi rubai uno scorcio di conversazione fra due uomini
appena dietro di me, parlavano di due aerei che si erano schiantati sulle torri
a distanza di pochi minuti, continuavano a ripetere che i loro amici erano
ancora lì, qualcuno raccontava di essere riuscito a scendere svariati piani di
una delle torri e di aver visto intere squadre di pompieri salire andando incontro
a quell’inferno. Ascoltando quelle parole potevo sentire il flusso del mio
sangue farsi più denso e freddo, guardai verso il sole cercando conforto da
quella luce calda e quindi il mio sguardo allibito s’incollò di nuovo su quella
scena apocalittica. La gente era in preda alla confusione totale, non sapevo
cosa pensare capivo solamente che era successo e che stava succedendo qualcosa
di gravissimo, che molte persone erano morte e che molte altre stavano lottando
per salvarsi. Sembrava mi fossi appena svegliato dopo una lunga dormita tanto
era la sensazione di intorpidimento mentale e non capivo, continuavo a non
capire se quello che stavo vivendo fosse reale o meno. 

M’incanalai in preda ad
una strana agitazione verso la strada che saliva di poco sul vecchio ponte
cercando così di non intralciare il già difficile lavoro dei soccorritori impegnati
a farsi largo in mezzo alla gente affollata ovunque. Non potevo saperlo ma
probabilmente quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei visto quella povera
gente. Percorsi circa un centinaio di metri e continuai ad osservare
l’agghiacciante spettacolo. Lo snello e bellissimo Woolworth building con la
sua guglia verde-rame sembrava un impietrito spettatore quanto noi. Ad un
tratto si sentì uno strano rumore, la mia cassa toracica vibrò per alcuni
istanti poi ci fu una vampata di fuoco nella seconda torre colpita proprio alla
base del cordone di fumo dell’incendio, la torre collassò su sè stessa sparendo
in pochi secondi tra una densa nube grigia di fumo, sembrava che si fosse
aperta una voragine nel terreno e che qualcosa stesse inghiottendo tutto. A
quel punto tutto mi sembrò impossibile, ricordo che molta della gente in preda
al panico si stava spostando velocemente verso di me in direzione di  Brooklyn e che dicevo a tutti che dovevano
rimanere calmi anche se il più terrorizzato ero io. Dopo alcuni istanti una tremenda
nube di fumo si materializzò davanti ai nostri occhi ad una velocità
incredibile e a quel punto ci il fu panico totale. L’incredulità, assoluta
protagonista dei momenti del crollo, lasciò immediatamente spazio a una realtà
diversa, una realtà fredda chiamata paura per un mare di fumo nero e spietato
che si stava scaraventando contro di noi. Mi trovai di fronte ad un bivio
decisionale, continuare verso est ed attraversare anch’io il ponte, oppure
tornare indietro e lanciarmi verso nord
e quindi verso casa. Optai per la seconda ipotesi e per quel
centinaio di metri dovetti faticare non poco tra la folla che mi veniva
incontro, urtandomi e sbattendomi in tutte le direzioni. Appena mi fu possibile
scavalcai la cordonata pedonale e mi
ritrovai in mezzo ad una delle strade di raccordo del ponte, la nube ormai era
vicinissima e cominciai a correre verso nord. Realizzai in un tempo brevissimo
che dovevo assolutamente evitare di respirare quel mare di fumo, quindi pensai
d’infilarmi nella hall del Municipal Building dove avrei potuto respirare aria
pura e uscire non appena la nube si fosse dissolta. Riuscii ad entrare ma una
volta varcata la soglia, il personale, che probabilmente non aveva realizzato
cosa fosse successo veramente pochi istanti prima, scaraventò me e molta altra
gente verso l’uscita non curanti del fumo che oramai anche da dentro l’edificio
si poteva vedere farsi largo ovunque ed infilarsi in ogni fessura cercando
l’ennesimo sfogo. Nonostante le calorose proteste venni letteralmente sbattuto
a forza fuori dall’edificio, mi ritrovai spaventato e disorientato in mezzo a
quella poltiglia impalpabile, cercai di respirare dentro la maglietta e seguii
la gente che schizzava verso nord correndo più forte che potevo mentre qualcuno
intanto inciampava, cadeva, urlava il tutto nell’arco di pochi interminabili
attimi, poi finalmente fu di nuovo giorno e la nube ormai stanca continuò a
spostarsi lenta verso ovest. Camminai velocemente per qualche minuto e mi fermai tra la Green e Grand
Street impietrito ed incredulo mentre il mio cuore continuava ad avere delle
accelerazioni impressionanti ed io continuavo a non capire che cosa stesse
succedendo. Frugai in tasca cercando il telefonino e dopo innumerevoli
tentativi riuscii a parlare con un amico in Italia spiegando cosa stava
succedendo con la voce spezzata dall’emozione e dalla paura. Avevo un assoluto
bisogno di condividere quella mia fortissima emozione con qualcuno di veramente
vicino, quindi riattaccai e poco dopo crollai scoppiando a piangere senza
riuscire a fermarmi. Ad un tratto la scena sembrò ripetersi in una sequenza
orribile, la struttura della prima torre colpita stava cedendo e sotto agli occhi
esterrefatti di tutti si sciolse  in
pochi istanti sparendo come la sorella in una nube scura e sinistra. Osservai
la gente intorno a me e i loro sguardi assenti fissi nel vuoto. Qualcuno
piangeva sopra un cofano di una macchina, una donna se ne stava accasciata sul
marciapiede senza una scarpa con la testa fra le mani, le file ai telefoni
pubblici diventavano sempre più lunghe dal momento che con i cellulari infatti
era ormai praticamente impossibile comunicare. Di quei momenti ricordo
soprattutto la sensazione d’impotenza e la pesantezza del mio corpo, era come
se tutto il sangue d’improvviso si fosse concentrato sulle gambe ostacolandone
il normale e perfetto funzionamento. Ero stanco, troppo stanco anche per
pensare. Seguii disorientato il fiume di gente che come automi risalivano verso
nord la strada, ogni tanto qualcuno con il viso deformato dal dolore si girava
scrollando la testa sicuramente non riuscendo a darsi una ragione. Ad un certo
punto notai una piccola folla attorno ad un taxi e mi fermai a vedere cosa stesse
succedendo. Erano tutti ritti in silenzio e stavano ascoltando un giornale
radio che sfornava le ultime news, quello che trapelò purtroppo contribuì
soltanto a peggiorare la situazione e gli stati d’animo di tutti. Infatti se
fino a quel momento non avevo ancora ben realizzato cose fosse accaduto e cosa
stesse ancora succedendo, ora tutto era fin troppo chiaro nella sua
drammaticità. La voce del radio giornalista continuava a ripetere con voce
sempre più incalzante e scossa che anche il Pentagono era stato colpito, che un
quarto aereo era precipitato nelle pressi di Pittsburgh e che un quinto
sfuggito ai controlli dei radar (notizia questa in seguito chiaramente
smentita) stava ancora sorvolando i cieli americani. In una manciata di minuti
si erano susseguite, in un elenco drammatico, troppe situazioni ed emozioni e
la morsa di dolore alla gola e allo stomaco a volte ho ancora la sensazione di
risentirla adesso rivedendo quelle immagini. In quel momento mi sono sentito
spettatore inerme di una catastrofe, giovane comparsa in un teatro di morte e
soprattutto piccolo, troppo piccolo anche per pensare a qualcosa che non fosse
paura. Camminai per ore e quando tornai a casa sulla 13ma erano quasi le quattro di
pomeriggio! Solo una volta varcata la soglia mi resi conto di quanto tempo
fosse passato e ancora adesso mi sto chiedendo dove sono stato e che cosa ho
fatto in tutte quelle ore di vuoto fisico e mentale. L’appartamento era al
primo piano e così buio che non capivo mai se fuori ci fosse il sole o se
stesse per piovere. La televisione con le sue immagini e l’audio era la vera
protagonista di quello spazio. Per un attimo mi girai guardando la porta da cui
ero entrato con l’intenzione di uscirmene nuovamente, scappare da quella circostanza
di non appartenenza, ma ero troppo stanco e sprofondai nel divano consumando
l’ennesima sigaretta. Ricordo due Jamaicani, amici di Russell il mio roomate,
mai visti prima seduti accanto a me che continuavano a parlarmi a raffica di
cose che io non capivo o non volevo capire e mentre annuivo in silenzio ero
rapito dalle immagini agghiaccianti dell’accaduto. Ad un tratto qualcuno bussò
alla porta, era un vicino di casa che con una voce irriconoscibile e visibilmente
sconvolto ci disse di aver perso alcuni colleghi e amici nel disastro e di
essersi salvato solo perché alzatosi in ritardo. Restammo tutti sconvolti dalla
notizia e per quanto mi sforzassi di mettermi nel suo stato d’animo ovviamente
non ci riuscivo, declinò l’invito a fermarsi per bere qualcosa e parlare un
po’, quindi com’era venuto sparì dietro la pesante porta. Il pomeriggio scivolò
veloce con me sul divano e verso sera uscii per cercare qualcosa da mangiare e
per non impazzire tra quelle mura asfissianti. Appena fuori di casa con mio stupore notai che
la polizia nel pomeriggio aveva transennato l’intera 14ma strada in tutta la
sua lunghezza impedendo a qualsiasi persona non residente di oltrepassare quella
zona. Mostrai il mio documento identificativo ad uno degli agenti e mi avviai verso Union Square. La
cosa che più mi colpì fu l’odore acido, metallico, acre che si respirava ovunque e che si appiccicava
ai vestiti incollandosi ai polmoni. Ovviamente non avevo mai visto la città in
condizioni simili, ferita sia fisicamente che moralmente e tutto mi sembrava
diabolicamente strano, c’era un’atmosfera surreale e una tensione palpabile
nell’aria. Le strade erano praticamente deserte, tutti i ponti erano chiusi, la
metropolitana bloccata, servizio autobus sospeso, nemmeno l’ombra di un taxi,
poca gente sui marciapiedi e la consapevolezza d’impotenza e di un immediato
futuro incerto.  Sembrava che tutta
l’energia che fino a quel momento era stata parte integrante e faro della città
e della vita
newyorkese si fosse dissolta come nebbia al sole. Camminai a lungo, ovunque
sfrecciavano ambulanze, pompieri e polizia e le sirene dei mezzi di soccorso
urlavano oramai nelle orecchie di tutti come una sinfonia di morte. Mangiai un
hamburger in un fast food ma non riuscii a finirlo così accesi un’altra
sigaretta e rimasi alcuni istanti a pensare agli amici e alle persone care lontane.
Tornai nello stesso punto dove in mattinata avevo visto la prima torre colpita
e al loro posto ora c’era solo una gran nuvola di fumo sinistramente illuminata
dalle luci artificiali utilizzate dalle forze dell’ordine e dai volontari
impegnati nei soccorsi. Improvvisamente era come se tutti i piccoli problemi
quotidiani non avessero più senso, se tutte le cose fino ad allora considerate
come ostacoli nella mia piccola esistenza fossero svanite paragonate a quell’
enorme, tragico incubo. Quel giorno era stato lungo, troppo lungo, sulla pelle
dei miei ricordi sapevo che questo tatuaggio mi avrebbe accompagnato per tutta
la vita e per un attimo mi sembrò che nulla avesse più un senso, non riuscivo a
farmene una ragione se mai ce ne fosse stata una. Tornai a casa, mi sdraiai sul letto e
cercai di dormire e di non pensare a nulla ma ogni volta che chiudevo gli occhi
vedevo quelle scene indelebili di morte, paura e delle torri crollare al suolo,
fino a quando a crollare furono anche le mie forze e finalmente a notte fonda
mi addormentai.


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